I Fieschi

Stemma_Fieschi

Stemma della Famiglia Fieschi

Senza soffermarsi sulla complessa origine delle famiglie appartenenti al consorzio dei conti di Lavagna, gli studi che da alcuni anni sono stati intrapresi hanno offerto indubbiamente nuovi spunti per una riconsiderazione della reale importanza del clan nella storia di Genova e della Liguria, soprattutto fra la seconda metà del XII secolo e la prima Età Moderna. E’ però vero che il rapporto con le istituzioni ecclesiastiche sovrasta tutta la storia dei conti di Lavagna. Se i Fieschi, certamente il ramo più importante del clan, ebbero nella Chiesa il loro naturale referente oltre a costituirne il principale centro di potere, anche le altre famiglie, collegate e affini, trovarono piena rispondenza nelle istituzioni ecclesiastiche. Non devono infatti essere passati sotto silenzio i rapporti interni al Capitolo metropolitano genovese, gestito principalmente da membri del consorzio o da famiglie appunto affini, come Bianchi e i signori di Cogorno che, per l’evidente sovrapposizione territoriale, ebbero – tranne poche – sporadiche eccezioni – una politica “al traino” di quella condotta dal cardinale espresso in quel momento dai Fieschi. Ma non deve essere dimenticata anche la presenza costante di questo gruppo di famiglie nei capitoli e nelle realtà ecclesiastiche di tutta la zona compresa fra Liguria Orientale, Emilia e Basso Piemonte: basti pensare alla Diocesi di Parma, a quella di Brugnato, a quella di Savona, o alla loro ingerenza a più titoli nella Diocesi di Tortona e in quella di Sarzana, per non considerare il loro interesse alle importanti abbazie di San Paolo di Mezzano (Scotti) in Val Trebbia, di Sant’Alberto di Butrio, di San Nazzaro Sesia, di Nostra Signora di Vezzolano, o nel sorgere stesso della Diocesi di Mondovì.


abbazia butrio

Stemma Fieschi sulle pareti dell’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

E’ proprio la montagna appenninica a costituire, accanto alle istituzioni ecclesiastiche, l’altro centro nevralgico del loro potere, la base alla quale attingere quelle risorse umane da cui trarre – più che aiuti economici – collaboratori fidati attraverso i quali attuare il controllo dell’area, oppure dalla quale chiamare contingenti militari fidati per compiere rapide incursioni su Genova, città da sempre oggetto del loro interesse ma tuttavia non essenziale al progetto di espansione.
Da Genova essi avranno infatti spesso problemi: basti pensare alla vendita forzata dei feudi di Nicolò Fieschi nel 1276 o alle vicende del Trecento e del Quattrocento, senza contare che essa rappresentò proprio la loro rovina quando Gian Luigi Il Giovane tentò un colpo di mano che ancor oggi appare poco comprensibile e tutto sommato inutile ai fini della politica familiare.
Genova costituiva infatti, per così dire, una sorta di “vetrina” per le attività economiche e imprenditoriali (comunque limitate) dei Fieschi dopo l’assestamento territoriale raggiunto, nella seconda metà del XV secolo, con grande tenacia – ma anche con grande fatica – da Gian Luigi Fieschi Il Grande, l’oligarchia cittadina non rappresenterà più una minaccia effettiva per l’integrità di quello “Stato” costituito dal Fieschi fra l’immediato entroterra della Repubblica di Genova e la Pianura Padana. L’abilità di Gian Luigi Il Grande consistette, infatti, nel rappresentare il principale elemento di pressione sul governo cittadino, cercando così di dirigere – o perlomeno indirizzare – a proprio favore gli equilibri genovesi.
La riforma costituzionale di Andrea Doria (1528), come più volte è stato scritto, non costituì pertanto un elemento di preoccupazione né – tutto sommato – l’ “ingerenza” dell’ammiraglio poté rappresentare un problema reale per gli interessi dei Fieschi. Difficile, quindi, comprendere quali furono i motivi scatenanti del risentimento nell’animo di Gian Luigi Il Giovane; difficile comprendere in quale ambiente maturò il progetto della Congiura o a quali fini realmente tendesse. Forse Gian Luigi poteva essere animato dal desiderio di farsi signore di Genova, in un confuso processo di emulazione/identificazione con Pier Luigi Farnese, senza tuttavia comprendere la diversità grazie alla quale anche alla sua famiglia era stato possibile emergere e differenziarsi all’interno del tessuto urbano.


Papa Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi)

Papa Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi)

Ma questo è soltanto uno degli aspetti della storia della famiglia. Il momento più importante è infatti quello che dalla fine del XII secolo arriva a metà Trecento, quando – grazie anche alla spinta impressa dal cardinale Sinibaldo Fieschi, poi papa Innocenzo IV – la casata palesa tutta la propria ambizione familiare e – perché no – sfoggia tutta l’abilità politica e diplomatica. E’ l’utilizzo che Innocenzo IV fa dei propri familiari, che invia in ogni parte del mondo allora conosciuto, finanche in partibus infidelium, che vorremmo evidenziare: è il caso di Opizzo Fieschi (mandato in un primo momento in Europa Orientale, che sarà artefice di un’intricata trama di rapporti tra la Chiesa di Roma, l’Ungheria, la Polonia e la Lituania e quindi, promosso patriarca di Antiochia, con lo strategico Regno Armeno di Cilicia, relazioni che permetteranno alla famiglia di imporsi a livello internazionale), o quello del cardinale Ottobuono (anch’egli papa, seppure per pochi giorni, con il nome di Adriano V, legato apostolico in Inghilterra), che inizierà un legame stabile del clan con i Plantageneti. La legislazione ecclesiastica emanata (nel solco e nella tradizione dello zio Innocenzo IV) da Ottobuono durante la sua legazione sarà tra l’altro osservata quasi fino ai giorni nostri, poiché nel 1679, a Oxford, W. Lyndwood, nel pubblicare il Provinciale seu Constitutiones Anglie, ovvero il corpus legislativo della Chiesa Anglicana, vi comprenderà le Constitutiones legatine domini Othonis et domini Othoboni. E come non rinviare il pensiero a una miniatura del XIV secolo conservata al British Museum di Londra, che raffigura una seduta del Parlamento inglese presieduta da re Edoardo I: il monarca, assiso in trono, è affiancato alla sua destra dal re di Scozia Alessandro III e dall’arcivescovo di Canterbury; alla sua sinistra dal principe di Galles e dal legato apostolico, Ottobuono Fieschi, in abiti pontificali e con il proprio seggio sormontato dall’emblema pontificio, uno scudo scarlatto caricato da de chiavi bianche decussate. Come non ricordare l’arcivescovo di Ravenna Bonifacio Fieschi, più volte menzionato da Dante, o il cardinale Luca, nipote di Ottobuono, due volte legato apostolico in Inghilterra e continuatore dei rapporti con la casa reale inglese, relazioni sincere e fiorenti, proseguite ancora per tutto il Trecento attraverso l’amicizia e la dedizione del futuro vescovo di Vercelli (e cardinale) Emanuele Fieschi con lo sfortunato re Edoardo II (che trovò rifugio presso l’abbazia di Sant’Alberto di Butrio proprio grazie a Emanuele, allora semplice chierico tortonense) e il figlio Edoardo III.


Papa Adriano V (Ottobono Fieschi)

Papa Adriano V (Ottobono Fieschi)

Ma la fortuna internazionale della famiglia è dovuta anche all’attività di alcuni cardinali “delle origini”, a Rubaldo da Lavagna, ma soprattutto al cardinale Manfredo da Lavagna, virum nobilem et sapientem come viene definito l’annalista Caffaro, alla sua azione politica e diplomatica dapprima a favore del Comune di Genova presso il pontefice Adriano IV – l’inglese Nicholas Breakspear (forse un caso?) – e poi, promosso cardinale dal suo successore, Alessandro III, inviato con il cardinale Pietro Caetani (e sui rapporti fra quest’ultima famiglia e i Fieschi varrebbe la pena di andare più a fondo) legato apostolico a re Guglielmo Il Malo di Sicilia. E’ però l’attività svolta da Manfredo in quel complesso periodo della seconda metà del XII secolo presso la Lega Lombarda e il variegato ambiente dei comuni e dei differenti signori locali dell’alta Italia che caratterizza l’ascesa politica e sociale del casato. E’ infatti un’abile sinergia di differenti strategie l’azione politica dei Fieschi: ove non sia possibile raggiungere il controllo diretto dei territori (o, come nel caso di Nicolò a fine Duecento, dove sia necessario rinunziarvi a favore di una potenza in quel momento più forte), essi manterranno comunque il più possibile intatto il complesso dei loro beni allodiali, delle loro proprietà: è il caso di Lavagna, i cui diritti signorili saranno rinunziati in favore del Comune di Genova nel 1166, ma i cui smisurati possessi resteranno intatti ancora per secoli. Sull’altro versante, il controllo di diocesi “propedeutiche” al progetto territoriale attraverso l’insediamento di propri familiari – o di parenti e affini – sulle cattedre episcopali, permetterà ai conti di Lavagna di estendere ulteriormente i confini della propria area d’influenza. Forse, più che “Stato”, sarebbe opportuno definire il territorio al quale, in qualche modo, furono interessati i Lavagna proprio come “area di influenza”: solo così è infatti possibile spiegare la loro presenza in diocesi come Parma o Sarzana, ma anche Albenga, Mondovì, Noli, Savona o Vercelli.


Montoggio - Castello Fieschi

Montoggio – Castello Fieschi

Tuttavia, quale il fine, quale il progetto che sottende a questo complesso e delicato processo gravitazionale? A nostro avviso un progetto semplice e quanto mai antico: il controllo del territorio. Però non un controllo meticoloso, pesante e soffocante come quello attuato già allora da altri signori feudali, ma leggero, malleabile, che si adatti e rispetti le differenti realtà locali e che, attraverso la frequente concessione di esenzioni e benefici, sappia guadagnarsi la fiducia degli uomini. E il progetto, tutto sommato, paga e – in un certo senso – è vincente; nel più duro momento della disfatta, quando la rocca di Montoggio, l’11 giugno 1547, viene espugnata dalle truppe imperiali, fra i soldati fedeli al conte Gerolamo Fieschi si contano uomini venuti da tutti i suoi feudi: Pontremoli (i cui abitanti, come narra l’annalista pontremolese Bernardino Campi, impauriti dalla possibile rappresaglia imperiale, si rifugiarono in territorio farnesiano), Borgo Val di Taro (del quale Gerolamo Manara, appartenente a una delle famiglie più eminenti del borgo, sarà brutalmente trucidato all’atto della conquista della rocca), Varese (Ligure), Santo Stefano (d’Aveto), Torriglia, la stessa Montoggio, Garbagna, Grondona, Varzi. Un arco di terre che dalla Lunigiana risale nell’Appennino Parmense, prosegue a Occidente per quello Piacentino; ridiscende per l’Oltrepò Pavese per ripiegare quindi verso la Liguria, comprendendo tutta l’area Tortonese alla destra della Scrivia: in sintesi quello che Jacques Heers nel suo Genova nel Quattrocento definisce “Stato Fieschi e Malaspina”.


Stemma Malaspina

Stemma Malaspina

Già i Malaspina. Una famiglia con la quale, secondo una trattazione superficiale, vi sarebbero stati frequenti lotte di potere: nulla di più inesatto. I Malaspina rappresentarono infatti il modello di riferimento per i primi conti di Lavagna quando, verso la metà del XII secolo, essi si mostrarono stabili e fidati alleati del marchese Opizzo, amico e nemico a fasi alterne dell’imperatore Federico I Barbarossa. Per inciso, proprio a Opizzo Malaspina appartennero quasi tutti i territori dove, nel corso dei secoli, si sarebbero insediati i discendenti dei conti di Lavagna e quindi dei Fieschi. Ma la secolare alleanza dei Fieschi con i Malaspina andrebbe approfondita e non è possibile limitarla – come sin qui è stato fatto troppe volte – alla (abusata) discendenza di Moruello Malaspina e di Alagia Fieschi, figlia di Nicolò, sorella del cardinale Luca e ricordata da Dante: più complessi e frequenti appaiono infatti i rapporti e le alleanze matrimoniali fra le due famiglie nell’area compresa fra la Lunigiana e le valli dell’Aveto, della Trebbia, della Staffora e del Curone, come un monumentale lavoro di Giorgio Fiori lascia intravedere.


Frontespizio del Trattato della famiglia Fiesca

Frontespizio del Trattato della famiglia Fiesca

Le alleanze matrimoniali sono un altro punto nevralgico della gestione del potere: un aspetto che avrebbe permesso ai Fieschi di imparentarsi con le più importanti casate dell’epoca come i conti di Savoia, attraverso i quali essi si congiungeranno con le case reali di Francia, Inghilterra o Armenia. E una ulteriore, approfondita analisi dei procedimenti matrimoniali dei Fieschi raffrontata con i modelli elaborati per il XII secolo da Georges Duby, potrebbe riservare non poche sorprese. Difficile affrontare, quindi, uno studio di questa famiglia che prescinda dalla storia istituzionale in senso stretto; impossibile comprenderne la reale importanza senza calarla nella storia generale della Chiesa, restringendola soltanto a quella genovese: i confini metropolitani di Genova furono infatti sempre stretti ai Fieschi. Solo nel contesto europeo – invece – la loro azione in campo ecclesiastico appare veramente comprensibile e solo in esso è intelligibile quella serie ininterrotta di cardinali e quel numero – che difficilmente trova paragoni in altre casate – di abati, vescovi o arcivescovi. Forse è questo il principale errore in cui spesso si incorre: i Fieschi sono sì una famiglia genovese in senso stretto, ma non certamente in quello lato, poiché essi – contrariamente a tutte le altre famiglie liguri, a eccezione forse (e comunque in una fase molto più tarda) dei Della Rovere – appartennero a quell’èlite cosmopolita che gravitava attorno alla Curia Romana, dove il continuo scambio di informazioni e l’incessante contatto di culture e popoli differenti può finalmente far comprendere le loro reali funzioni in ambito locale, soprattutto a Genova e in Liguria.


Bartolomeo Fieschi in un dipinto di Tancredi Scarpelli

Bartolomeo Fieschi in un dipinto di Tancredi Scarpelli

Non è quindi un caso che nell’unico momento finora studiato – e da quel grande maestro che fu Roberto Sabatino Lopez – in cui i Fieschi si spinsero in speculazioni economiche, essi abbiano i loro referenti proprio nei banchieri al servizio della Chiesa: i Bonsignori di Siena, i Leccacorvo di Piacenza.
E’ in definitiva la dimensione europea e della sua espansione verso l’Oltremare e l’Africa del Nord, in poche parole fra il Nord Europa e il Mediterraneo: questo è l’autentico campo d’azione dei Fieschi e non solo l’orizzonte dell’impero coloniale di Genova.
E ancora per Lopez non è un caso che proprio in quel momento di metà Duecento venisse reintrodotta a Genova la monetazione aurea grazie alla materia prima proveniente dalle miniere dei Fieschi in Tunisia: una autentica quanto abile operazione di propaganda politica cittadina nell’unico, breve periodo, in cui illi de Flisco si identificarono con il “guelfo” Comune di Genova.
La vera grandezza del casato passa quindi attraverso legami di parentela con i della Volta, con gli Zaccaria, con gli Embriaci signori di Jbeil, con i tradizionali alleati Grimaldi, che alla fine del XIII secolo costituiscono con un colpo di mano una piccola – ma per Genova assai insidiosa – signoria a Monaco. Così, verso la fine del XV secolo, ripensando forse ai grandi orizzonti che i membri del casato avevano lungamente attraversato – dall’Europa Orientale all’Armenia e l’Oltremare di Opizzo all’Inghilterra, la Francia e la Spagna di Ottobuono e Luca – i Fieschi trovano la forza, ancora una volta, di guardare oltre, di muoversi là dove altri tentennano o esitano. Teodoro Fieschi, fra il 1454 e il 1456, è infatti impegnato a Caffa in una società di cui costituisce, da solo, più di tre parti del capitale, operazione che sarà ripetuta qualche anno più tardi da Francesco Fieschi, appaltatore sotto la nuova signoria degli Osmanli.
Tutto sommato è soltanto un modo differente di interpretare la dimensione intravista con le spedizioni al gran khan dei Mongoli volute nel 1245 da Innocenzo IV: è l’apertura degli spazi, lo stravolgimento dei confini geografici fino allora conosciuti il vero termine di paragone di questa famiglia.
E così, in un tardo Medioevo dagli “orizzonti aperti”, il lignaggio guarderà a Occidente verso l’ignoto, con quel Bartolomeo Fieschi detto delle Indie perchè amico e compagno di Cristoforo Colombo, che accompagnò nel quarto e ultimo viaggio e che di lui conobbe l’amarezza degli anni del ritiro.
Queste in sintesi, le principali linee della storia dei Fieschi fra Medioevo ed Età Moderna; questi i suoi orizzonti, la sua grandezza, l’apertura mentale, che ancor oggi può aiutare a essere maggiormente europei, veri cittadini del mondo.

[© "Guida agli Itinerari Fliscani nel Tigullio" - Provincia di Genova 2005]