Architetture

Palazzo Franzoni

palazzofranzoni

Nel 1696, i Franzoni, antica famiglia nobile genovese, proprietaria oltre a Genova, di terreni a Cogorno e a Lavagna (Carcara e terreni tra il Borgo e Ripamare), fecero costruire in piazza della Marina, ora piazza della Libertà, un palazzo con cappella gentilizia, simbolo del potere politico ed economico della famiglia. Questo edificio fu abitato con una certa regolarità dai proprietari sino all’Ottocento, quando servì sia come alloggio per le truppe straniere di passaggio sul territorio, sia come ospedale, per ricoverare i malati delle ricorrenti epidemie. Sistemato poi ed abitato ancora per qualche anno dagli ultimi eredi Franzoni, nel 1907 viene venduto a Lazzaro Repetto, che lo trasformò in albergo, facendo restauri migliorativi, soprattutto esterni. Nel 1910, gli eredi di Lazzaro Repetto offrirono in vendita il palazzo al Comune di Lavagna, che prese tempo, perchè interessato ad altri progetti che non si concretizzarono. Per anni l’edificio restò chiuso e con parti affittate ad enti benefici e culturali. Solo nel 1931, il podestà Ernesto Liguori acquisterà Palazzo Franzoni, per farne sede del Comune.

Porta di Ponente

portaponenteDetta anche “portone di Rezza”, era la porta che conduceva fuori da Lavagna verso la località della Madonna del Ponte ed è l’unica rimasta delle due un tempo esistenti. Si apre su una piazzetta, detta, una volta, “piazza delle erbe” perchè i contadini vi portavano le verdure ed il latte da vendere. Ora la piazza, intitolata a S. Caterina Fieschi Adorno, in ricordo della Santa genovese, è detta anche “piazza del mondo in spalla” per via di un affresco secentesco che raffigura Atlante sulla facciata di una casa vicina.

Porta di Levante

portalevanteDistrutta nei primi anni del Millenovecento, faceva parte della cinta muraria esterna che derivava dal castello, eretto sulla collina dove ora si trova la Chiesa di Santo Stefano. La porta, che permetteva l’accesso a Lavagna da Levante, era sulla strada che porta alla collina di San Bernardo, sull’argine del Torrente Fravega (a fianco è riportato un estratto di una vecchia cartolina d’epoca dove si può intravvedere in basso a sinistra, bianca, la “famosa” Porta di Levante prima di essere distrutta).

 Torre del Borgo

torreborgoE’ stata per secoli la costruzione forse più importante del borgo, proprio per la sua altezza, superiore a tutte le case circostanti. E’ l’unica testimonianza di una realtà urbanistica ormai lontana, quando le case si addossavano le une alle altre, creando un fronte compatto all’esterno, verso la strada, ma racchiudendo all’interno quello spazio libero e verde che mantenevano sicura ed intima la vita cittadina. La Torre è stata costruita con i materiali più disparati: pezzi di pietra di tutti i tipi e dimensioni, mattoni interi e rotti, sottili lastre d’ardesia, cocci. Con i pezzi di pietra più grossi o allungati sono stati costruiti gli angoli, mentre tutto il resto è stato utilizzato per comporre le pareti. La Torre ha quattro piani per tredici metri d’altezza; alla base il lato più lungo è sei metri. Al piano terra si trova un solido soffitto a volte a botte. I soffitti del primo e terzo piano hanno una volta a botte, mentre il secondo piano ha una volta a schifo per equilibrare meglio i carichi. Piccole botti e piccolissime crociere ornano le scale ricavate entro lo spazio esiguo di un metro e ottanta. La Torre ebbe vari proprietari, in origine i Tiscornia, poi i Ravenna che la vendettero a fine 800 a un certo “scio Perin”, che a sua volta la rivendette, prima di emigrare in America, ad Agostino Raffo, commerciante in pasta e legumi. Attualmente appartiene al Comune che, grazie ai contributi per il Giubileo del 2000, l’ha restaurata e restituita agli antichi splendori. Identificata all’inizio del 1600 come “Torre del Borgo”, ebbe altre denominazioni: Torre Saracena, Torre Fieschi, Torre Ravenna.

Palazzo Ravenna

palazzoravennaNell’omonima piazza dedicata allo studioso che nel 1879 scrisse un’esauriente storia della Contea e del Comune di Lavagna, si affaccia l’omonima struttura, Palazzo Ravenna. Già convento eretto dai frati Carmelitani Scalzi (intorno al 1600) fu dopo alcuni lavori di modifica della struttura, sede originaria del municipio. Con il trasferimento di quest’ultimo nel 1931 nell’attuale Palazzo Franzoni sito in Piazza della Libertà, diventò in epoca più recente sede della Biblioteca Civica “Giovanni Serbandini Bini”. Sono presenti inoltre un’aula polifunzionale, “Sala Albino”, la LudoBiblioteca “Libringioco” e l’Archivio Storico.

Cimitero Monumentale

cimiteroIl cimitero di Lavagna, dovendo ottemperare all’Editto di Saint Cloud (applicato nel Regno d’Italia nel 1806) che proibiva l’inumazione nelle chiese, decise di acquistare la collina che si trovava dietro la chiesa di Santo Stefano, di proprietà della Famiglia Franzoni.
Si trattava di un castagneto che abbisognava di muri di contenimento, costruiti poi con le pietre del “castello” che si trovava nella piazza della Marina (attualmente “piazza della Libertà”), in cattive condizioni e quindi demolito nel 1810.
I lavori iniziarono subito dopo e, da allora, con successivi ampliamenti si formò il cimitero di Lavagna, secondo nella Liguria, per le opere d’arte, a quello di Staglieno a Genova.
Nella prima parte, il “cimitero vecchio” segue l’andamento della collina; lungo la salita si trovano tombe monumentali in marmo di grande bellezza, in buona parte eseguite dagli scultori del laboratorio Repetto (Gaggero, Borelli), alcuni sepolti nel cimitero stesso, come il titolare dell’azienda.
Nelle tombe riposano lavagnesi di molti ceti sociali: armatori, capitani, militari, medici, avvocati, farmacisti, canonici, bambini, madri di famiglia, benefattori e benefattrici e buona parte delle statue raffigura non solo le loro fattezze ma soprattutto simboli della fede, del dolore, di appartenenze politiche, delle professioni esercitate, tipicamente ottocenteschi.
Nei pochi spazi rimasti liberi, hanno trovato posto tombe di fattura moderna. Nelle zone laterali a nord e nord-ovest sono state costruite cappelle in stile gotico, egiziano, greco-attico, tutte in marmo, ornate di pinnacoli e statue.
Superato un arco, si entra nel “cimitero nuovo”, aperto ai primi del 1900: è in una zona pianeggiante, divisa in quattro parti.
Le prime due, a sud, sono contornate da due grandi gallerie, con opere di bella fattura del laboratorio Bianchi e Sanguineti, subentrato al Laboratorio Repetto.
Le altre due, a nord, sono contornate da cappelle che seguono ovviamente nuovi criteri edilizi, compreso l’uso del cemento armato.
Negli spazi interni delle quattro zone, ci sono, lungo il perimetro, tombe ornate da statue sia in bronzo che in marmo e campi ad inumazione.
Nel “cimitero nuovo”, i simboli cambiano e risentono del nuovo corso culturale, sia “liberty” che “decò”: l’arte rappresenta il movimento, il passaggio dalla morte alla vita futura, cortei di fanciulle, riferimenti alla “Divina Commedia”; gli scultori più importanti sono Ersanilli, Brizzolara, Zucchi, Sanguineti, Dallorso.
Quindi il Cimitero di Lavagna è un concentrato storico-culturale di due secoli, poichè raccoglie le testimonianze tangibili dell’esistenza di tanti concittadini di qualsiasi ceto sociale.

Villa Spinola-Grimaldi

villagrimaldiEdificata nel 1604 dalla nobile e antica famiglia Spinola, passò in seguito ai Grimaldi, e poi ai Pallavicini. A partire dal 1820 la villa venne ristrutturata e trasformata in casa di campagna. Secondo alcune fonti storiche qui soggiornò, in fuga da Napoli, il principe Francesco II delle Due Sicilie assieme alla moglie Maria Sofia di Baviera. Nei decenni successivi il palazzo conobbe una lenta decadenza, che portò all’abbandono dell’immobile e del suo giardino. L’ultimo proprietario cedette l’edificio e il terreno circostante alla ditta Entella Stefano Sciaccaluga, che realizzò nell’area un cotonificio. La fabbrica finì col circondare completamente l’antica costruzione. Negli anni Cinquanta il cotonificio chiuse i battenti e tutta la zona restò a lungo inutilizzata. Nel 1979 il complesso industriale venne demolito e la proprietà passò al Comune di Lavagna, che realizzò un grande parco pubblico con parcheggi, aree gioco per bambini, e un centro sportivo con piscina mentre oltre la villa vennero realizzati quattro campi da tennis. Di recente è stata recuperata e restituita all’antico splendore. Attualmente è sede dell’Accademia Italiana della Marina Mercantile – Turismo del Mare ( www.accademiamarinamercantile.it ).

Ponte della Maddalena

pontemaddalenaNel Medioevo, col nome di ponte “de mari”, congiungeva le due rive dell’Entella e faceva parte della via Aurelia: era in legno e, al centro, aveva una edicola dedicata a Sant’Erasmo, patrono dei marinai e dei pescatori. Ugo Fieschi lo fece rifare in pietra, con tredici arcate e lo finì nel 1210. Il ponte prende il nome dalla chiesa di S. Maria Maddalena, anch’essa fatta costruire dai Fieschi, contemporaneamente ad un ospedale ed un pozzo pubblico nella sponda occidentale dell’Entella; poi Innocenzo IV° accluse le rendite del ponte e dell’ospedale alla Basilica di S.Salvatore. I Fieschi mantennero il diritto di pedaggio sino alla metà del XV° sec., quindi lo cedettero alla Confraternita dei Disciplinanti di S. Francesco di Chiavari. Attualmente molte arcate del ponte sono interrate, soprattutto verso Lavagna, altre a ponente sono ancora visibili, tuttavia dà sempre una immagine maestosa di quello che doveva essere il ponte, quando vi passò Dante.

Porticato Brignardello

porticatobrignardelloNel 1890, morì Nicola Brignardello che lasciò un quarto del suo patrimonio, creato in cile, per costruire un porticato con sovrastante terrazzo ad uso pubblico sul lato di ponente della Piazza dell’Indipendenza (ora piazza Marconi), da ingrandire, spropriando le case vicine, secondo un piano ed un disegno dei fratelli Repetto fu Bernardo compilati secondo le precise direttive del Brignardello.
I lavori dovevano cominciare entro un anno dalla liquidazione dell’eredità.
Nel 1894, si deliberò la costruzione del porticato, si espropriarono le case ed i terreni per i lavori e la sistemazione della piazza a cura del Comune. I lavori costarono £ 358.000 e finirono il 13 marzo 1898.
Il porticato ha un ingresso a sud, due ad est, aveva una piccola scalinata esterna a ponente che dal Porticato portava al terrazzo, eliminata nell’ultimo restauro, ed infine una scalinata a nord che portava con due rampe all’ingresso del
cimitero, oggi chiusa: si diceva che Brignardello l’avesse voluta per non passare davanti alla Basilica, quando vi si recava.
Nel Porticato vi era una statua che rappresentava Brignardello seduto su una poltroncina, statua che si trovava nella cappella funebre della Famiglia Brignardello e che la Giunta aveva chiesto che fosse messa nel corpo centrale del Porticato in modo che tutti sapessero chi fosse il donatore.
Ma, rimasta alla mercè dei vandali, nonostante una cancellata di protezione, nel 1912 fu ricollocata nella cappella cimiteriale.
Lo spazio del porticato viene attualmente usato per manifestazioni culturali (concerti, recite, mostre) e gastronomiche.

Casa Carbone
Via Riboli 14
Telefono 0185 393920 – faicarbone@fondoambiente.it

casacarboneOggetti d’arte, ceramiche e arredi fin-de-siècle, tempere parietali, dipinti di scuola ligure del XVII secolo e vivaci pavimenti a terrazzo decorano Casa Carbone, tipica costruzione ligure del XIX secolo che custodisce con fedeltà e calore l’atmosfera domestica e il gusto dell’abitare a cavallo tra Ottocento e Novecento. Basta varcare la soglia e lasciarsi alle spalle il trafficato centro cittadino per ritroare, preservati i colori, i motivi decorativi e l’atmosfera del vivere borghese della Riviera Ligure del secolo scorso.
Ereditata dal FAI dai fratelli Emanuele e Siria Carbone, proprietari e ultimi abitanti, Casa Carbone è una vera e propria casa-museo: ogni oggetto rappresenta un gesto, un’abitudine del quotidiano, testimonianze di vita domestica e di storia familiare. Si possono ancora ammirare biancheria, servizi di piatti, attrezzi della cucina, libri e soprammobili originari, ventagli e gioielli. Altri oggetti inoltre rivelano il gusto e le passioni dei padroni di casa: dagli strumenti scientifici ottocenteschi ai burattini in legno raffiguranti personaggi delle commedie e delle fiabe italiane realizzati, con grande abilità e arguta ironia, dallo stesso Emanuele Carbone. Particolare attenzione merita la raccolta di dipinti, composta per lo più da opere di area genovese databili tra il XVI e il XVII secolo. Tra gli altri, spiccano i nomi di Bernardo Castello, Giovanni Battista Paggi, Giovanni Andrea De Ferrari, Anton Maria Vassallo e Gio Enrico Vaymer, quest’ultimo presente con un bellissimo “Ritratto di magistrato”.
Il giardino, su cui si affaccia l’interno di Casa Carbone, è arricchito da camelie, ortensie di varietà antiche e rampicanti sui muri perimetrali. Le piante di limoni, che diffondono il loro porfumo, fanno da cornice a questo raccolto angolo verde, divenuto luogo particolarmente ospitale e accogliente per i visitatori.